martedì 1 maggio 2012

L' antico Egitto, paradiso della classe operaia




I lavoratori firmavano un vero e proprio contratto garantito dal faraone Oltre al salario avevano diritto ad abiti, sandali, unguenti e cure sanitarie

Provate ad andare in libreria a cercare un libro sull' antico Egitto. Troverete scaffali pieni, ma difficilmente vi potrete fare un' idea sensata di chi furono davvero e che cosa realizzarono gli antichi abitanti della valle del Nilo. La maggior parte dei libri disponibili si occupa infatti di misteri svelati, segreti indicibili, civiltà superiori, allineamenti stellari e altro ciarpame simile. Insomma, c' è tutto per chi ha deciso di non affaticare il cervello e affidarsi a chi offre misteri e suggestioni a buon mercato. Non è un fenomeno dei nostri giorni, anzi. Cominciarono greci e romani a cedere al fascino dell' enigma nascosto tra divinità mezze umane e mezze animali, poi incomprensibili geroglifici affascinarono maghi e alchimisti fin quando, complice Napoleone, l' Egitto invase l' Europa insinuandosi tra gli abiti delle signore alla moda, nel design dei mobili, nei gioielli alla Cleopatra e nell' architettura cimiteriale. Tutto faraonico, ma sempre più lontano dalla realtà. Infine, misteri alieni e luoghi comuni, hanno consegnato l' Egitto a improbabili civiltà superiori venute da chissà dove. Il vero antico Egitto è molto più chiaro, terrestre e « contemporaneo » di quanto si immagini. Un esempio per tutti è dato dai documenti trovati nel villaggio di Deir el Medineh, non lontano da Tebe, dove vivevano operai specializzati e artigiani addetti alla necropoli reale. Da questi documenti scopriamo una realtà decisamente moderna. Il lavoro degli operai era regolamentato da un vero e proprio contratto garantito dal faraone. I lavoratori erano organizzati in gruppi diretti ciascuno da un capomastro che teneva un minuzioso rendiconto dell' andamento dei lavori e della gestione del personale. Orario, quantità di lavoro e compensi erano stabiliti con precisione. Il salario veniva versato giornalmente sotto forma di viveri e, ogni dieci giorni, con razioni di unguenti ( indispensabili per chi doveva lavorare sotto il sole); vesti e sandali erano invece forniti periodicamente, secondo le esigenze. La re tribuzione totale prevedeva comunque un saldo periodico sotto forma di lingotti di rame, equivalente della moneta. Una squadra di venti operai era affiancata da un guardiano, due manovali, due serve e un pompiere; inoltre, come ha scritto lo storico Jaques Pirenne, « un medico era addetto alla squadra a cui andava regolarmente a fare visita, in virtù di leggi sull' igiene del lavoro il cui testo non ci è giunto ma di cui sappiamo che riguardavano permessi di lavoro, precauzioni contro il caldo, mantenimento degli opifici, igiene del vestiario, alloggi, rifornimenti, ripartizione equa del lavoro » . Era formalmente vietato il prolungamento dell' orario di lavoro, il sequestro degli arnesi o la trattenuta dello stipendio. La proprietà dell' abitazione da parte degli operai era favorita da specifiche leggi e, da una certa epoca in poi, gli operai vennero esentati dal pagamento delle tasse sulla casa. Motivi di assenza dal lavoro ( che non pare prevedessero detrazioni sul salario) potevano essere la malattia, il compleanno della madre, la lite con la moglie e persino la malattia dell' asino con il quale l' operaio raggiungeva il luogo di lavoro. Il capomastro registrava tutto, ma spettava poi alla commissione composta dai rappresentanti dei lavoratori esaminare i diversi casi e prendere eventuali provvedimenti. L' attività di questi tribunali operai era comunque con trollata dagli scribi statali che potevano denunciare al capo della polizia di zona eventuali irregolarità riscontrate. L' operaio che riteneva di aver subito una condanna ingiusta da parte dei suoi stessi colleghi giudici poteva appellarsi agli scribi, al capo della polizia o direttamente al faraone. È noto il caso di un' operaia tessile, licenziata per aver sbagliato un lavoro, che si appellò al capo della polizia e venne reintegrata nel posto di lavoro. Nonostante un' organizzazione così articolata e capillare, nel villaggio di Deir el Medineh si verificarono a più riprese proteste e scioperi causati soprattutto dall' inadeguatezza degli alloggi e dai ritardi nel versamento degli alimenti stabiliti. In occasione di uno di questi scioperi fu lo stesso faraone Ramses II ( XIII secolo a. C.) a doversi rivolgere agli operai e per convincerli a sospendere l' agitazione dovette accettare tutte le loro richieste: « Riempio per voi i magazzini di ogni cosa, di pani, di carni, di dolciumi, per il vostro sostentamento; di sandali, di vesti e unguenti abbondanti, in modo che vi ungiate il capo ogni dieci giorni, che ogni anno possiate rivestirvi [...]. Non vi sarà nessuno tra voi che si coricherà ( farà sciopero, ndr ) afflitto dal bisogno » . Davvero una civiltà superiore, ma esattamente quella che conosciamo come civiltà dell' antico Egitto, niente affatto aliena. STEREOTIPI Vita da schiavi Libri di scuola e film storici sono riusciti a farci credere che l' antico Egitto fosse popolato da turbe di schiavi costretti a costruir piramidi a suon di frustate. Uno stereotipo che difficilmente potrà essere cancellato, anche se gli egittologi lo hanno ampiamente messo in discussione. Con questo non si vuol dire che nell' antico Egitto non ci fosse la schiavitù ma, piuttosto, che non esistette quella forma di schiavitù che prevede l' assenza totale di diritti legali di un individuo. Certamente c' erano categorie di persone ( come prigionieri di guerra neri e asiatici) che appartenevano ad altri e potevano essere ceduti in affitto come mano d' opera, venduti e lasciati in eredità; ma anche affrancati, cosa che a quanto sappiamo accadeva con una certa frequenza. Questi schiavi potevano comunque disporre di proprietà personali, come abitazioni, o vere e proprie aziende agricole, che potevano lasciare in eredità ai loro figli. Spesso questi schiavi stranieri sposavano donne egiziane e facevano carriera nell' amministrazione dello Stato. Per quanto riguarda la realizzazione delle piramidi e di altre opere pubbliche, gli egittologi ritengono che venissero impiegati ( a pagamento) i contadini che durante i mesi della piena del Nilo si trovavano senza lavoro.
Domenici Viviano

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